logo
dettaglio news

data pubblicazione: 29/07/2010
J.S. Bach • The French Suites

Ramin Bahrami, pianoforte
Decca


Un Bach domestico ed intimo quello che Ramin Bahrami ci propone in questa sua ultima fatica discografica, dedicata ancora una volta al genio di Eisenach, dopo le fortunate riuscite delle Variazioni Goldberg, dell'Arte della fuga, delle Partite, del Concerto Italiano e delle Sonate. Par di vederlo, il grande Johan Sebastian, al lume di candela, quando il rumoreggiare della sua grande famiglia si era acquietato, seduto al clavicordo (pare fosse questo lo strumento al quale pensava scrivendo le Suite Francesi) a suonare per se stesso queste pagine, distillato di sapienza e di (apparente) semplicità.
La successione dei movimenti di danza, che, nonostante il titolo apocrifo attribuito a Forkel («Sono chiamate generalmente Suites francesi perché sono scritte nel gusto francese» scrive il primo biografo bachiano) poco hanno del mondo d'oltralpe se non un tono leggero e scorrevole che informa tutti i movimenti, viene affrontata dal giovane pianista iraniano, italiano di adozione e di studi (è stato allievo, tra gli altri, di Piero Rattalino) con amorevole cura nell'alternanza di caratteri e di accenti. A predominare è il tono colloquiale e i colori pastello (si ascolti l'Allemande della Suite n. 2 in Do minore o quella della Suite n. 4 in Mi bemolle maggiore, nella quale i caldi bassi dello Steinway alonano d'ombra il rincorrersi delle note della mano destra), grazie anche a un parco uso del pedale di risonanza, mentre la trasposizione dei temi all' ottava superiore nei ritornelli (in genere nei Menuet) crea piacevoli effetti di differenziazione.
In questi anni Bahrami ha trovato una sua strada, personalissima, per affrontare la musica bachiana in un epoca «affollata» come la nostra di pianisti che hanno fatto di Bach il cuore del loro repertorio (da Schiff alla Hewitt, da Perahia agli italiani Bacchetti e - non da ultimo - Pollini). Il suo è un approccio che tende a mettere in risalto ora il lato contemplativo e malinconico di certi movimenti lenti (come i lievi indugi nella Sarabande della Suite n. 5 in sol maggiore), che sembrano preludere a certa sensiblerie galante, ora gli improvvisi scarti ritmici delle Courante o delle Gigue conclusive, resi con prontezza digitale e rigore testuale. Il tutto con un approccio spontaneo lontano da rovelli didascalici o speculativi. Ancora una volta un' ottima riuscita.
Stefano Pagliantini, Musica – giugno 2010
 
E siamo a sei. Mezza dozzina di dischi che legano sempre più stretto il destino interpretativo di Ramin Bahrami a Bach. Dopo l'Arte della fuga, il Concerto Italiano, le Sonate, le Variazioni Goldberg e tutte le Partite, il pianista di origini iraniane si dedica ora alle Suites francesi. E lo fa da par suo: con un'esperienza e una vicinanza che sembrerebbero puntare a pieno titolo all'integrale tastieristica bachiana. Che speriamo verrà. Per ora gustiamoci questa bellissima raccolta di sei suites il cui appellativo "francese" poco ha a che vedere con l'autore, in quanto non è di Bach, e verosimilmente neppure settecentesco. Scritte per l'educazione alla musica e allo svago della giovane seconda moglie Anna Magdalena, brava dilettante clavicembalista,  Bach raccolse le prime cinque delle sei composizioni in un volumetto la cui stesura risale a Cöthen più o meno all'epoca del suo matrimonio con Anna, datato 3 dicembre 1721. L'intento didattico è evidenziato dalla progressiva difficoltà tecnica delle cinque suites (la Sesta, più semplice, è stata probabilmente aggiunta al momento della redazione definitiva), culminante nelle scintillanti Gavotta e Giga della Suite in sol maggiore. Ciò che colpisce nell'interpretazione di Bahrami è l'ormai noto acume stilistico nel differenziare ciascuna danza e carattere complessivo di ogni suite. Ma qui, su tutto, emerge l'arte del  “delectare”: la sottile arte dello svago che a Bach premeva incanalare nella scienza sistematica dell'educazione. Un binomio che Bahrami incarna molto bene.
NICOLETTA SGUBEN, Amadeus – giugno 2010
 
Bahrami è specialista bachiano per sua stessa ammissione ma la sua specializzazione non comporta nulla di accademico o di eccessivamente filologico, prevalendo a mio parere sui criteri interpretativi "moderni" una del tutto personale passione per questa grandissima musica. Altrettanto comprensibile è la venerazione di Bahrami per due personaggi come Gould e la Tureck, che hanno davvero aperto, in anni ormai lontani, vie nuove all'interpretazione bachiana sul moderno pianoforte. Ma la formazione del pianista di origine iraniana non è stata di ostacolo al liberarsi di una individualità che si coglie benissimo anche in questa recente incisione delle Suites francesi, nelle quali l'omaggio alla filologia si estrinseca ad esempio in certi trasporti all'ottava alta, o nell'inserimento del Preludio in mi maggiore dal Clavicembalo ben temperato nella sesta Suite (seguendo la cosiddetta "edizione Gerber"). Una individualità prorompente, nemica di ogni formalismo, che potrebbe portare ad ulteriori, insapettati sviluppi. Potrebbe Bahrami tentare la carta di una sorta di "improvvisazione nello stile di Bach" come ha fatto in questi ultimi anni Robert Levin nel caso di Mozart e Beethoven? Che sia questa la strada per l'instaurarsi di un nuovo rapporto tra l'interprete e i testi classici?
Luca Chierici, Classic Voice – maggio 2010
 



Dettaglio news Torna all'elenco news...
Le sezioni di studiomusica
Eventi in evidenza...

Il Sardelli furioso su La Freccia

di Luigi Cipriani

LA FRECCIA, Mensile delle Ferrovie dello Stato - gennaio 2013, p. 74


L`Orchestra Sinfonica Abruzzese per i terremotati dell`Emilia

L’Orchestra abruzzese a Modena per un concerto benefico a favore dell’asilo di Finale Emilia

Martedì 22 gennaio 2013: Modena, Forum Monz...


Trifonov: "Grato all`Italia"

Il giovane pianista russo, in tour nello Stivale dal 4 gennaio 2013, confessa il suo amore per il Belpaese, che, parole sue, "lascia tante esperienze in un artista&quo...