data pubblicazione:
15/02/2010
Caro Simon, come dirigo Schönberg?
Intervista con Daniel Harding
L'incontro con il maestro Rattle cambia la vita al giovane direttore inglese, che da bambino era stato folgorato dal Bolero di Ravel. A 20 anni era già sul podio dei Berliner, con un repertorio che va da Haydn a Mahler. Deve ancora imparare tanto, ma un paio di cose le ha già capite: la musica che gli è più congeniale è quella tedesca, quella meno familiare è quella francese. E non sarà mai uno specialista del barocco.
Immaginate un direttore d'orchestra che ha 16 anni lavorava con Simon Rattle e a 20 era già sul podio dei Berliner. Si chiama Daniel Harding e ha bruciato tutte le tappe: le orchestre giovanili a undici anni, un'orchestra "sua" a quattordici, poi l'incontro con Simon Rattle: «Caro Simon, come si dirige il pierrot Lunaire di Schönberg?». Oggi è un artista nel pieno dei trent'anni. Dove vuole arrivare? Sentiamolo nella sua voce e da quella della Mahler Chamber Orchestra, l'ensemble con cui gira mezzo mondo.
Che cosa deve ancora fare un direttore che a 25 anni aveva già diretto i Berliner Philharmonic, London Symphony Orchestra, Rotterdam Philharmonic?
Le stesse cose, ma meglio. Non è che una volta diretti i Berliner a quell'età, poi si possa dire: «Bene, ora vado a cercare qualcos'altro d'interessante». Un direttore lavora con la stessa orchestra anche per trent'anni. Dirigere i Berliner così giovane è stato solo un punto di partenza: ho iniziato a imparare. Il traguardo è maturare, approfondire, fino al giorno in cui, forse, potrò insegnare io qualcosa a loro.
Dieci anni fa era già una "star". Da allora cosa è successo?
La cosa divertente del nostro mestiere è quando s'inizia ad accumulare un po' di esperienza e si può guardare indietro. Riascolto le mie registrazioni di cinque o dieci anni fa: è pazzesco, mi dico, quanto potessi essere ingenuo e inesperto. E' difficile giudicare in prima persona cosa è cambiato. So solo che spesso guardo i video di quando ero giovane e penso: possibile che fossi davvero lì a fare errori così enormi? Però mi accorgo anche che seguivo la mia strada, facevo le cose a modo mio. Sbagliando, certo, ma almeno nell'errore c'era una certa originalità. Non ricalcavo semplicemente la strada tracciata dai grandi direttori, tentendo di emularli.
D'accordo essere precoci nel talento, ma come ha fatto a scegliere una professione simile così presto?
All'inizio era solo un sogno, nato quando da bambino sentii in Tv il Bolero di Ravel. C'erano le olimpiadi, mi ricordo, e una coppia fantastica di pattinatori inglesi, Torvill e Dean, - che poi vinsero la medaglia d'oro-usarono il Bolero per il loro numero. Fu la scintilla. l miei sogni iniziarono ad avverarsi alla Chethams School of Music di Manchester: sempre tra giovani musicisti a suonare, provare, improvvisare, dirigere. Un giorno decidemmo di fare il Pierrot Lunaire di Schönberg. Era il tentativo di alcuni ragazzi inesperti, ma la curiosità e la voglia d'imparare erano al massimo. lo dovevo dirigere: aprii la partitura e mi rimboccai le maniche, ma non sapevo da dove iniziare. Scrissi a Simon Rattle. Poco dopo mi propose d'incontrarci, e questo è stato l'evento principale che mi ha portato sul podio: incontrare qualcuno veramente interessato a quello che volevo fare.
Un'altra cosa stupefacente per l'età è il repertorio: da Haydn a Mahler, passando per l'opera. Non è troppo in così poco tempo?
Al contrario. È proprio perché sono giovane che ho un repertorio così ampio. Da giovani si fa tutto, non si ha ancora l'esperienza per decidere che strada prendere. Bisogna imparare per cosa si è più portati, più forti. Quando s'invecchia il repertorio si restringe, ci si concentra su poche cose essenziali. ln questo senso mi sento ancora giovane, la mia strada non è ancora chiara. Anche se un paio di cose mi sembra di averle capite: la musica che mi è più congeniale è quella tedesca, quella meno familiare la francese, e la mia unica certezza al momento è che non sarò mai uno specialista del barocco. Per il barocco ci vuole una vita intera, io non ho preso quella strada.
Ma quando una sera fa Mozart e quella dopo Berlioz, che cosa cerca di dire agli ascoltatori?
La prima preoccupazione è che il pubblico dica: questo è Bruckner, questo è Mahler, questo è Beethoven. E non: questo è Daniel Harding. L'idea di mettere il "marchio Harding" sulla musica non mi piace. lo non sono sul podio per "invadere" la musica con la mia persona. Detto ciò, è ovvio che ho la mia personalità, che traspare attraverso la musica che dirigo. Perciò chi mi conosce ritrova Daniel Harding in quello che ascolta, che sia Mozart o Berg.
Di tutte le sue collaborazioni quella con la Mahler Chamber Orchestra è la più stretta. C'è un'intesa speciale?
Molto. Lavoriamo a stretto contatto da 12 anni, per la nostra età sono tanti.
Carlo Maria Giulini diceva che ogni orchestrale suona uno strumento, ma un direttore suona un'intera orchestra ...
Qualsiasi cosa Giulini abbia detto, non può che essere vera. A parte questo, se intendeva che un direttore deve conoscere negli aspetti tecnici ogni strumento, non penso sia così. lo non so suonare una nota sul violoncello, però so quale tipo di esecuzione deve venire fuori dai violoncelli. Poi ci sono i violini, le viole, e così via. Ognuno di loro conosce a fondo il proprio strumento e sa come farlo suonare bene. Il direttore riesce a metterli insieme, controllare tutta l'orchestra e, soprattutto ottenere il meglio dal gruppo. Suppongo che sia questo il significato di «suonare un'orchestra intera».
Quanta politica c'è nella direzione d'orchestra?
Molta. Entrano in gioco un sacco di fattori totalmente estranei alla musica. Questo però non significa che la musica sia politica, o che lo sia dirigere.
Riccardo Battaglia - Suonare News, feb. 2010
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