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data pubblicazione: 25/11/2009
Dodici violoncellisti per il Concerto in Do maggiore

Ritrovato solo nel 1961, il primo Concerto per violoncello di Haydn è diventato banco di prova per alcuni dei maggiori solisti delle ultime generazioni.


Ben otto sarebbero i Concerti per violoncello di Haydn segnalati nel catalogo di Anthony van Hoboken. Di questi, solo due, ufficialmente riconosciuti, sono arrivati ai nostri giorni. Un terzo, di dubbia attribuzione (una delle copie pervenuteci indicherebbe Giovanni Battista Costanzi come l'autore della composizione) ma segnalato da Haydn nel suo catalogo personale, potrebbe aggiungersi ai due appena citati. Gli altri risultano perduti, sorte che in apparenza era toccata anche ai due Concerti che oggi ci sono familiari: il secondo, attribuito per lungo tempo ad Anton Kraft (violoncellista della corte Esterháza allievo di Haydn) viene riconosciuto solo nel 1954 quando il manoscritto viene ritrovato. Il primo, di cui ci occuperemo in questa discografia comparata, venne ritrovato nel 1961 dal musicologo Oldrich Pulkert negli archivi del Museo Nazionale di Praga. Immediatamente riconosciuto grazie agli incipit musicali che d’abitudine Haydn scriveva nel suo catalogo delle opere, fu eseguito in prima esecuzione moderna dal violoncellista ceco Milos Sadlo durante il festival primaverile di Praga del 1962, accompagnato da Charles Mackerras e dall’Orchestra Sinfonica della Radio Cecoslovacca. Il successo è immediato e il brano si conquista un posto di preminenza nel repertorio dei più grandi solisti grazie a un virtuosismo sfacciatamente esibito.
Dal punto di vista musicale il Concerto in Do è un'opera di transizione tra il periodo barocco e quello classico. L'aspetto esteriore del primo movimento con il vasto utilizzo del ritmo lombardo e il dialogo tra le parti, è tipico del periodo precedente, ma la forma è già quella sonatistica: tema (esposizione), sviluppo e ritorno al tema. Curiosamente tutti e tre movimenti dell’opera corrispondono a questo schema: il secondo movimento mostra così un inusitato sviluppo del dialogo solista-orchestra rispetto al tema cantabile accompagnato maggiormente in voga, mentre l’ultimo movimento rinuncia alla più consueta forma del rondò per offrire ancora maggior spazio al virtuosismo solistico. Una parte del materiale inserito nell’opera si ispira a una Cantata scritta per il compleanno di Nikolaus Esterhazy ed eseguita la prima volta il 6 dicembre del 1863, il che confermerebbe la datazione del Concerto nel biennio tra il 1863 e il 1865. Resta in ogni caso accertato che il dedicatario del lavoro e probabile primo esecutore fosse il violoncellista dell'orchestra della corte Esterháza, Joseph Weigl, del cui figlio Haydn fu il padrino di battesimo.
Nonostante la breve vita di questo Concerto il panorama discografico è assai variegato. Mi occuperò qui delle edizioni oggi presenti sul mercato italiano e quindi di facile reperibilità per tutti gli appassionati, evitando pubblicazioni disponibili solo tramite internet. Ecco il motivo che vede escludere edizioni comunque di rilievo come quelle di Misha Maisky (DG), Anne Gastinel (Astrée) e Truls Mork (Virgin), tra le altre. Le edizioni che presenterò, ordine alfabetico di interprete, sono dodici: nove di impostazione tradizionale e tre su strumenti originali.
(…)
Ritorna l’etichetta tedesca Berlin Classics per offrire un'esecuzione di sommo equilibrio interpretativo firmata da uno strumentista tedesco che vorremmo sentire di più in Italia: Jan Vogler. Registrata nella mitica Lukaskirche di Dresda nel 2000, questa incisione vede il solista accompagnato dai Virtuosi Saxoniae, una formazione cameristica costituita dalle prime parti della Dresden Staatskapelle, diretti da Ludwig Giittler. Vogler offre una interpretazione di stampo nettamente pre-filologico, perfettamente cesellata negli incisi ritmici e magnificamente plasmata nelle frasi melodiche, caratterizzata dal suono pastoso e al tempo stesso brillante del suo Giuseppe Guarneri del 1712. Siamo nell'ottica delle grandi letture di Rostropovich o Du Pré, ma rispetto al primo Vogler offre una espressività più immediata e diretta, mentre rispetto alla seconda propone una lettura più lineare anche se meno ricercata dal punto di vista coloristico. Da antologia anche il dialogo con la formazione orchestrale che risente evidentemente in maniera positiva del fatto che Vogler sia stato per lungo periodo violoncello solista proprio della Dresden Staatskapelle prima di darsi definitivamente al concertismo solistico. Volendo definire in maniera sintetica il maggior pregio di questa versione si può dire che il rapporto solista-orchestra è da « primo tra pari »: questo significa che Vogler evita inutili protagonismi virtuosistici puntando tutto su una visione musicale di straordinaria compattezza, perfettamente sostenuto dalla formazione orchestrale.
Riccardo Cassani – Musica, novembre 2009



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