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Date: 11/02/2010
Orchestra di voci

The Swingle Singers


Incredulità. Chi ascolta per la prima volta gli otto Swingle Singers (l'occasione per chi non l'avesse ancora avuta arriva con il tour italiano in programma questo mese, a partire dal 16 febbraio al Teatro Verdi di Firenze, ospiti dell'Orchestra della Toscana) non ci crede, non si spiega come quella complessa trama sonora sia futto, solo e solamente, della fusione di otto voci. Straordinarie, d'accordo, ma pur sempre - e solo! - voci. Eppure la batteria sembra di sentirla, netta. Il contrabbasso lo stesso: scuro, profondo, avvolgente; le percussioni a scandire, precise, il tempo. Negativo. Al di fuori delle proprie corde vocali gli Swingle di strumenti non ne utilizzano. Quello che sorprende, e che in oltre 40 anni di storia del gruppo ne ha decretato il successo continuo, è proprio il suono, evolutosi con il passare del tempo assorbendo e rielaborando mode e modi, ma sempre fedele allo spirito originario della sperimentazione a otto voci voluta, con un'intuizione ante litteram, dal fondatore del gruppo, Ward Swingle, un americano dell'Alabama trapiantato in Francia. Era, all'epoca, l'inizio degli anni Sessanta e Swingle faceva il turnista negli studi di registrazione. Jazz Sébastian Bach esce, pubblicato dalla Philips, nel 1963 e sorprende anche il jazz. Colpa di quegli accenti sincopati che fanno la loro comparsa proprio sulle musiche del compositore tedesco tre secoli dopo essere state scritte, anno più, anno meno. Dopo le prime sperimentazioni con I.es Double Six, il primo dei gruppi cui dà vita, Swingle passa alla formula del doppio quartetto che vive ancora oggi, per nulla appannata dagli oltre tremila concerti susseguitisi in tanti anni di lavoro (e sopravvissuta a cambi di formazione continui, con una discografia altrettanto ampia e multiforme). Contrabbasso e batteria, in effetti, in origine supportano le voci, ma l'idea di 'cantare una musica eseguendola come se fosse suonata' - da allora il motto del gruppo fa si che l'idea dell'accompagnamento strumentale venga presto abbandonato. Le voci, nude, diventano subito la cifra stilistica degli Swingle Singers, che si evolve seguendo i canoni della tradizione corale inglese quando Ward Swingle si trasferisce a Londra versoe la metà degli anni Settanta. Il risultato? Una tecnica impeccabile e la fusione armonica dei diversi timbri musiali in primis, oltre a un repertorio eccentrico: dai madrigalisti francesi a Duke Ellington, da Mozart a Genhwin, Nat King Cole, Count Basie, e perché no? Beethoven, Purcell, l'ovvio, a questo punto, Bach. Schizofrenia da pentagramma?! No, pura contaminazione, in realtà, elaborata e prodotta quando il concetto era pura fantascienza, embrione visionario. Oggi sembra tutto naturale, in qualche modo già visto: il concetto di mix tra i generi, il crossover, è stato recepito e ha contagiato, diffondendosi, la moltitudine, tra esecutori e compositori, ma all'epoca l'impatto aveva avuto un discreto effetto 'Galileo'. A percepirlo come tale, tra scienza e fantascienza, fu tra gli altri Piero Angela, che ascoltò per la prima volta la versione della bachiana Aria sulla quarta corda nell'interpretazione degli Swingle nel 1966. Folgorato, la scelse come sigla alle sue trasmissioni e, trecento e più puntate dopo, lo è ancora oggi. Joanna Goldsmith e Sara Brimer, Clare Wheeler e Lucy Potterton, Christopher Neale e Richard Eteson, Kevin Fax e Tobias Hug sono, oggi, (soprani, mezzosoprani, tenori e bassi) gli Swingle Singers. A differenza del passato lasciano più spazio all'improvvisazione e hanno fatto proprie tecniche di altri generi, come è successo con il beatbox (una tecnica di percussione vocale che nasce da rap e hip-hop) nel penultimo disco dal titolo The Beauty and the Beatbox (2007) presentato a Londra proprio nel giomo dell'ottantesimo compleanno di Ward Swingle, presente in sala.
«L'idea del beatbox ha funzionato benissimo» dice Tobias Hug, portavoce del gruppo con il sospetto, lo scrive anche nel suo profilo su swinglesingers.com, di poter avere un futuro come ansiolitico di nuova generazione, visto l'effetto calmante delle fequenze basse che emette cantando. «L'idea originale che sta dagli esordi alla base di questa formazione è molto forte, la nostrafilosofia non è mai cambiata. Nella sostanza si tratta di usare la voce in modo strumentale e fondere stili differenti per creare qualcosa di nuovo. Questi principi ci hanno permesso di avere forza, energia, e idee musicali durature. Ovvio che tempi, cantanti, tecnologie, repertorio siano cambiati, in tanti anni, ma questo, oltre che necessario, è positivo. La voce è lo strumento più immediato: fra esecutore e ascoltatore non c'è altro. Usare la voce come strumento permette esecuzioni che di classico hanno poco. Così amiamo forzarne i confini ed esplorarne le possibilità». La storia lo conferma. Gli Swingle hanno fatto conoscere Bach al pubblico del Jazz e Duke E1lington a quello della classica; sono stati adottati da Berio come voci della Sinfonia commissionata per il 125° anniversario della New York Philharmonic alla fine degli Anni Sessanta per poi affontare il repertorio con orchestra anche insieme a Michael Nyman. Azio Corghi, John Dankworth; hanno rielaborato, curiosi, i grandi del pop, Beatles e Queen tra tutti. Il repertorio che diventa poi oggetto d'incisione - e questo vale anche per il più recente dei loro album, Ferris Wheels, uscito a settembre 2009, una ruota panoramica sul grande rock degli ultimi vent'anni con pezzi di Joni Mitchell, Sting. Bjork ... - è il risultato del lavoro preparatorio ai concerti.
«Capita che "Straighten Up and Fly Right" di Nat King Cole si trovi fianco a fianco del 'Dido's Lament" dal Dido and Aenas di Purcell, 'Lady Madonna' dei Beatles faccia coppia con la Quinta di Beethoven, anche se nella versione disco anni 70, il Bolero di Ravel accanto a 'Cielito Lindo'» continua Hug. E proprio questo canto tradizionale messicano è diventato l'inno dei bambini dell'organizzazione umanitaria internazionale per l'infanzia N.P.H. Nel 2008 la sede italiana di questo organismo, la Fondazione Francesca Rava, ha portato per la prima volta gli Swingle in un concerto memorabile, al Teatro alla Scala. «Eravamo un po' nervosi in vista di quell'appuntamento - ricorda Tobias Hug -. E' forse la location più significativa, in ambito musicale, in cui ci siamo trovati a cantare. Siamo rimasti fedeli al nostro spirito di musicisti, comunque, cercando di creare un legame con il pubblico. Voci a parte abbiamo usato le luci, lo spazio - e, credetemi, su quel palco ce n'è tanto! - per dar vita a uno show che volevamo fosse intenso, vivo».
In Ferris Wheels la suggestione che i brani selezionati vogliono creare è invece quella di un crescendo emozionaie costante, un po' come se si fosse una gigantesca ruota panoramica. Più si sale, si va verso l'alto, più l'euforia cresce. Succede con "On the 4th of July", "L'Eté 42", "Lullabye (Goodnight My Angel)", "Until (a matter af moments)". «Amore, gioia, serenità ... Quando sei in cima al mondo sembra che nulla debba mai finire» scrive il produttore degli Swingles Dylan Bell nella presentazione di Ferris Wheels. «Prima o poi - continua - dobbiamo però scendere e vediamo il lato oscuro di queste emozioni che ci hanno dato alla testa: "Unravel", "No-More I Love You's", "River Man" e "Eleanor Rigby" rivelano l'angoscia, l'alienazione e la solitudine che offre l'equilibrio infelice ma necessario dell'altro lato della ruota». Il lavoro quotidiano prende comunque spunto da una ricera personale che viene condivisa, discussa, approfondita.  «Spesso si parte dall'ambito classico - specifica Hug, che sottolinea anche come i loro fan siano, per la maggior parte, appassionati del genere -. Tutti i membri del gruppo hanno del resto questo tipo di formazione. Un lavoro straordinario e molto attento viene poi fatto sugli arrangiamenti, evidentemente complessi, che richiedono studio e prove continue».
Di ricordi, in tanti anni di carriera e nonostante i cambi di equipaggio, gli Swingle ne hanno raccolti una moltitudine. C'è qualcosa di curioso che li riporta col pensiero in Italia? «L'incontro con Piero Angela - continua Hug - L'ultima volta che abbiamo cantato a Roma l'avevamo invitato e abbiamo organizzato la partecipazione degli Swingle nel suo programma. In studio ci ha raccontato come aveva conosciuto il gruppo negli anni Sessanta e perché scelse l'Aria di Bach come sigla, rifiutandosi di cambiaria quando gli venne chiesto di farlo. Avevamo concordato un'intervista molto più lunga, ma alla fine lui ha preferito che cantassimo il più possibile, totalizzando quasi una decina di minuti di live che, per la prima serata televisiva, è un fatto straordinario. La cosa ancor più straordinaria? Improvvisare con Piero Angela seduto al piano nei tempi morti della ripresa!»
Isella Marzocchi, Il Giornale della Musica - Febbraio 2010



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